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Da Saman un monito severo: subito Jus soli (o almeno culturae)!
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Articolo di Annapaola Laldi
23 giugno 2021 18:55
 
Sono trascorsi più di 50 giorni dalla scomparsa di Saman Abbas, la diciottenne pachistana ribellatasi a un matrimonio forzato, e per questo, con ormai estrema probabilità, uccisa dai parenti, con il risvolto efferato della madre che si dice fosse in testa al drappello dei boia, e siamo ancora in attesa del ritrovamento del suo povero corpo.
Nei giorni scorsi ho letto diversi contributi di giovani pachistani, uomini e donne, che sono nati in Italia o, al massimo, portati qui a pochissimi anni di età; qui sono cresciuti, qui hanno imparato la nostra lingua, qui sono andati a scuola e ora vanno all’Università o cercano lavoro, condividendo in tutto e per tutto la vita, i vantaggi e le difficoltà dei loro coetanei autoctoni. Qui, infine, si vorrebbero sentire a casa, se non dovessero sperimentare ogni giorno, con dolore, di non essere molto graditi allo Stato italiano e a troppi dei suoi autoctoni cittadini.

Questa gioventù rappresenta la seconda generazione, in questo caso degli immigrati pachistani che sono i loro genitori, ma coi quali c’è una frattura grave e dolorosa – per ambo le generazioni – che può avere anche ripercussioni tragiche, come dimostra la vicenda di Saman, nonché quelle di altre giovanissime donne, costrette come lei a matrimoni forzati decisi dai genitori secondo usanze che non hanno solo a che fare con l’islamismo, ma molto di più con attaccamenti tribali (come accade, del resto con l’infibulazione in diversi Paesi africani).
 
Tra queste letture ho trovato significativa  un’intervista al vicepresidente dei “Giovani pachistani”, lo studente di medicina di 23 anni, Usama Skindar, che ho letto su “Repubblica” (di carta) l’8 giugno scorso, perché mi sembra che tocchi alcuni nodi dolenti della situazione dei giovani pachistani qui in Italia.
 Usama Skindar vive in Italia da quando aveva tre anni. Non si riesce a capire se lui abbia acquisito la cittadinanza italiana, ma la sua testimonianza è comunque un atto di accusa sia verso il Paese di origine dei suoi genitori sia anche verso l’Italia – e almeno qui da noi essa dovrebbe trovare la grande attenzione che merita, non solo per il bene di questi giovani, ma anche per il bene proprio di tutta la nostra Comunità, e convincerci quanto sia necessario introdurre lo ius soli o lo ius culturae,  per coloro che nascono in Italia o quanto meno ci studiano conseguendo un titolo di studio. Così facendo, infatti, il nostro Paese avrebbe una linfa nuova e potrebbe guardare  al futuro con maggiore fiducia, anche perché certamente ci sarebbe un importante ritorno morale, consistente nel vincolo di riconoscenza espresso da questa gioventù (mi colpisce molto, per esempio, l’entusiasmo dimostrato da giovani atlete afro-italiane che, negli stadi, avvolgendosi nel tricolore, esultano per una vittoria che hanno conquistato nel nome del Paese, di cui sono diventate cittadine a 18 anni, l’Italia!).
Ora, tornando a Usama Skindar, egli, da una parte, come molti altri giovani pachistani, si sente stufo delle usanze e tradizioni pachistane “che vogliono inchiodarci a una cultura arretrata, che non rispetta le donne e le scelte di giovani che vivono in un contesto nuovo, slegato da costumi provenienti da un retroterra che neppure conosciamo”. Il problema esiste, ma “nessuno osa ammetterlo, figuriamoci parlarne per risolverlo”.
E spiega che, ad armare la mano dello zio di Saman, sono stati diversi alibi veicolati dalla religione, dalla tradizione e dalle usanze, per concludere che “bisogna disarmare i misogini e i sessisti che trovano nell’ambiguità delle interpretazioni la libertà di discriminare”.
Ma, se la comunità pachistana è sempre più chiusa, e le vecchie generazioni, cioè i genitori, ricorrono al controllo più bieco per proteggersi, Usama Skindar osserva amaramente che “la società italiana non aiuta  noi seconde generazioni in questo percorso di integrazione, perché continua a non riconoscerci, ad avere uno sguardo etnicizzante”. La conseguenza drammatica, che può finire in vera tragedia, specialmente per le ragazze, è che questa gioventù si sente sola, qui in Italia, perché viene percepita come “pachistana”, mentre, in famiglia, non si sente capita.
Usama Skindar rivela che molti giovani cercano di lasciare l’Italia per il Regno Unito, “perché qui c’è una ghettizzazione che a noi giovani va stretta”, mentre ”là ci sono pluralismo e lo spazio per fare scelte diverse senza quel controllo perverso che invece qui si sta consolidando”. Questo fatto, che – lo riconosce – somiglia molto a una fuga, è, in realtà, il segno della stanchezza di questi giovani rispetto a una lotta, di cui non vedono sbocco alcuno.
Dal canto suo, Usama afferma che, seppure con difficoltà, resterà in Italia, a fare il grande lavoro necessario per “educare” i suoi genitori, che si intuisce disponibili a questa operazione,  ad accettare “la sfida della diversità e della contaminazione”, perché è convinto che tale impegno sarà coronato, passo dopo passo, dal successo, pur nella solitudine e nella scarsità di strumenti attualmente a disposizione.
 
Ora, di fronte alla disponibilità, sia pure faticosa e forse dolorosa, dei genitori di Usama Skindar a farsi educare dal proprio figlio, ho scoperto in rete l’esempio di un padre pachistano che, inizialmente tradizionalista, è riuscito a cambiare atteggiamento verso la figlia maggiore, quando si è reso conto della violenza, alla quale l’aveva esposta, costringendola a sposare per forza un cugino in Pakistan.

La storia di Tania è narrata nell’articolo   “Ragazza pakistana come Saman: 'Anche io costretta a sposarmi'” comparso in rete lo stesso 8 giugno.
Arrivata in Italia all’età di 4 anni, Tania oggi ne ha 25, e un bel giorno di cinque anni fa, di punto in bianco, le fu imposto il matrimonio con un cugino di 30 anni, che abitava in un villaggio del Pakistan, e che non conosceva né cellulare né televisione, ma che soprattutto usava della moglie a suo arbitrio e spesso la picchiava.

Un grave incidente occorso al padre della giovane, sembrò rivolgersi per lei in un bene, perché dovette tornare in Italia per aiutare i genitori che non parlano italiano. Ma il marito, rimasto in Pachistan, cominciò a minacciarla, finché, nel 2019, dopo varie peripezie, Tania non riuscì a portarlo in Italia, per ritrovarsi di nuovo esposta a tremendi maltrattamenti e a uno sfruttamento sistematico – lui non faceva niente, non intendeva imparare l’italiano, esigeva che a mantenerlo di tutto punto fosse la moglie.
Sono andati avanti un anno, in parte mantenuti dal padre di Tania, che pagava l’affitto dell’appartamento dei giovani “coniugi”, in parte con il lavoro della ragazza che si mise a fare la cameriera, mentre le vessazioni continuavano e si aggravavano fino al punto che dei vicini di casa, all’ennesima lite, chiamarono la polizia .
A questo punto, nella coscienza del padre di Tania si è mosso qualcosa; evidentemente quest’uomo voleva bene davvero alla figlia e ciò gli ha consentito di superare i condizionamenti della tradizione, di accorgersi della sofferenza della giovane, e, alla fine, ha accettato che lei divorziasse, anzi, l’ha portata proprio lui da un avvocato.
Ai primi di quest’anno Tania ha avuto il divorzio, ma il marito ha continuato a perseguitarla, finché la giovane donna ha fatto ritorno a casa dei genitori e si è poi rivolta all’associazione “Mete Onlus” che si occupa di donne maltrattate e di “spose bambine”.
 
Quello che è importante, e mi piace sottolineare, è la “conversione” di questi genitori pachistani: toccati dalla sofferenza di questa figlia, l’hanno aiutata a liberarsi dal suo persecutore, e adesso non impongono più nulla alla figlia minore e hanno accettato di buon grado il suo fidanzato che è un giovane pachistano, ma l’ha scelto lei liberamente.
Si può arguire che anche i tre fratelli di Tania si sentano accolti dai loro genitori e, in questa concordia, possano trovare maggiore forza per affermarsi anche come cittadini italiani, se lo desiderano, logicamente.
 
 
N.B. L’intervista a Usama Skindar, a cura della giornalista italo/marocchina Karima Moual, non è leggibile in rete, perché criptata; per questo ne ho dovuto fare un riassunto con le necessarie citazioni.
 
 
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