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Ius soli, e' sufficiente? Lo scettico
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Articolo di Alessandro Gallucci
9 ottobre 2017 18:47
 
 E' di questi giorni la notizia della staffetta dello sciopero della fame che, nell’intenzione degli aderenti, deve servire all’approvazione in sede parlamentare della così detta legge sullo ius soli. Quando leggo di questi argomenti, a parte l’utilità o meno di queste iniziative, mi domando se sia sufficiente l’approvazione delle nuove norme.
Sempre meglio che niente, di questo ne sono certo; ma mi chiedo se nel contesto in cui viviamo abbia ancora senso parlare di cittadinanza legata alla nascita o almeno alla residenza prolungata in uno Stato. Certo, per carità, le migrazioni sono un fenomeno che necessita di essere governato, è sempre stato così e non metto in dubbio che sia utile farlo. Ma è davvero adeguato farlo insistendo anche sulla cittadinanza? Che almeno su un fatto penso si possa essere certi: al momento della nascita non è che si è italiani, albanesi o austriaci, allo stesso modo in cui si è di sesso maschile o femminile. Essere cittadino di uno Stato ha senso solamente per l’attribuzione di diritti e doveri previsti nell’ambito di un ordinamento giuridico. Pura invenzione umana. Serve ancora? Può essere determinante la parificazione dei diritti in ragione di questo aspetto, sovrastrutturale, che differenzia burocraticamente gli esseri umani?
Me lo chiedo e non riesco a darmi una risposta positiva davvero convincente. E se, sempre nell’ambito delle invenzioni convenzionali, pensassimo a qualcosa di differente dalla cittadinanza come elemento caratterizzante il legame di una persona con un territorio/Stato? Se iniziassimo a considerarci tutti cittadini del mondo (espressione che non mi piace, ma mi pare renda al meglio l’idea). Perché non pensiamo alla sostituzione della cittadinanza legata agli Stati con la cittadinanza mondiale che ci consenta d’essere semplicemente e ovunque persone?
 
 
 
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