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Giornata mondiale dei rifugiati, 20 giugno. L’immigrazione tra vecchia e nuova lingua
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Articolo di Angela Furlan
18 giugno 2020 10:19
 
 Shopenhauer affermava che “i pensieri muoiono nel momento in cui prendono forma le parole”; principio bellissimo e condivisibile laddove le parole rappresentino le cose stesse. E così come le parole hanno il potere di rappresentare le cose stesse, esse hanno altresì il potere di generare confusione ed incomprensioni quando si rivelano ambigue o non chiare nella rappresentazione della cose stesse.
La neo lingua di orwelliana memoria (nell’originale Newspeak) sembra rivivere nell’ambito del linguaggio “migratorio” nostrano dove “1984” diventa attualissimo dal momento che anche la neo lingua “migratoria” sembra servire ad uniformare il pensiero.
Oggi, forse, non abbiamo nessun Potere che fisicamente c’imponga una neo lingua, ma in realtà è come se l’avessimo: è la cultura dominante, così piatta e politicamente corretta da svuotare di contenuto molte delle parole della nostra ricca e bella lingua. E così il pensiero si atrofizza anche se si hanno delle parole per esprimersi. Del resto, in tutte le lingue del mondo, bisogna comprendere le condizioni dell’espressione - come, ad esempio, il senso, il contesto, le finalità - per attribuire l’esatto significato alle parole; diversamente le parole che usiamo quotidianamente rischiano di risultare tutte uguali, finendo così per svuotarsi di significato.

E’ il caso delle parole Profugo, Rifugiato, Migrante
Parole che usiamo o sentiamo quasi quotidianamente al telegiornale o al radiogiornale senza soffermarci più di tanto a comprenderne l’esatto significato, finendo così per accomunarle tutte ad un unico pensiero, come fossero sinonimi.
Senza offendere nessuno, sono certa che la stragrande maggioranza delle persone, se dovessimo chiedergli il significato delle parole Profugo, Rifugiato, Migrante, risponderebbe vagamente riconducendole alle persone che fuggono da qualcosa di brutto (come persecuzioni, guerre, pestilenze e chissà cos’altro) per cercare condizioni di vita migliori altrove.
Ad alimentare, poi, questa confusione, si aggiunge proprio in questi giorni la celebrazione della Giornata Mondiale dei Profughi che si terrà il prossimo 20 giugno. In realtà, però, non c’è alcun dubbio – salvo quello semantico – sul fatto che il 20 giugno si celebri la Giornata Mondiale dei Rifugiati (dall’inglese World Refugee Day) così come sancito nel 2001 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per commemorare il cinquantesimo anniversario dall’approvazione della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati avvenuta appunto nel 1951.
Pare, inoltre, che la Chiesa Cattolica già nel 1914 avesse istituito la sua Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che, dal 2019, si celebra nell’ultima domenica di settembre.
Insomma: due celebrazioni (l’una il 20 giugno e l’altra l’ultima domenica di settembre) e tre parole diverse Profugo, Rifugiato e Migrante (!).
Con questo testo proveremo ad evidenziare che cosa, secondo la cultura dominante, queste parole intendano effettivamente rappresentare e se esse siano state “svuotate” di significato finendo in tal modo per uniformare il pensiero.

Profughi, Rifugiati e Migranti e la Storia del divenire
Quel che comunque emerge è che, nella prassi, questi termini vengono spesso sovrapposti in quanto sembra che indichino tutti il medesimo pensiero: persone che fuggono da qualcosa di brutto per cercare condizioni di vita migliori altrove. Ed in effetti, sotto un certo punto di vista, si potrebbe anche sostenere che le storie dei profughi, dei rifugiati e dei migranti, una dopo l’altra, nel trascorrere annoso dei secoli, abbiano inanellato la storia del divenire, una storia in movimento, secolare ed universale narrata dal punto di vista del cambiamento. In questo senso, allora, si potrebbe sostenere che i termini anzidetti siano effettivamente sinonimi.
E’, tuttavia, poco probabile che la suddetta rappresentazione sia la “cosa” che queste 3 parole volevano, in prima battuta, mettere in scena: la storia del divenire.
Eccetto quindi che per l’anzidetto significato universale di storia del divenire - che potrebbe forse giustificare una sovrapposizione dei 3 termini – è verosimile che questi ultimi esprimano concetti simili ma non uguali che, però, la cultura dominante ha via via “svuotato” di significato rendendoli, di fatto, sinonimi.

E’ così? Vediamolo.

Il Rifugiato Politico – ubi maior
Innanzitutto, partiamo dal fatto che la parola Rifugiato non appartiene alla neo lingua migratoria, ma alla autorevole e forbita lingua del diritto internazionale che ne sanciva l’esistenza fin dal 1951 quando ne definiva lo Status nella Convenzione di Ginevra. Conseguenza diretta di tale prestigiosa collocazione è, ancora oggi, la protezione internazionale che ne deriva nel caso di accoglimento della domanda di diritto di asilo politico avanzata dal presunto rifugiato. Il diritto internazionale, in particolare, stabilisce che, per vedersi riconoscere lo status di rifugiato politico, dev’esserci il cosiddetto fumus persecutionis ovvero il fondato timore che, se si tornasse nel proprio paese, si verrebbe perseguitati per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinioni politiche. Se tale timore esiste e viene riconosciuto, il richiedente asilo troverà senz’altro ospitalità nel Paese straniero cui ha presentato la domanda che ne riconoscerà legalmente il suo status di rifugiato politico. Basti pensare alla condizione degli ebrei nella Germania nazista per comprendere la ratio della suddetta disciplina. Oggi appare di tutta evidenza che imporre ad un ebreo di rientrare nella Germania di Hitler equivaleva a comminargli la pena di morte. E, manco a pensarlo, non avremmo avuto l’immenso Albert Einstein pilastro della fisica moderna e della meccanica quantistica, padre della teoria della relatività.
Da allora, però, la situazione geopolitica del mondo è cambiata molto con la conseguenza che, purtroppo, oggi è più che probabile che esistano persone che, pur non possedendo i requisiti per essere riconosciuti rifugiati, potrebbero comunque morire o essere torturati se ritornassero nel proprio paese d’origine. Queste persone sono forse i Profughi e i Migranti?
Ai fini di questo testo, è sufficiente comprendere che probabilmente la definizione di Rifugiato, internazionalmente riconosciuta, ha maglie troppo strette per comprendere il mare magnum delle persone in fuga dai propri paesi d’origine.
Ciò detto, è proprio a questo punto della nostra storia che chiameremo in causa le parole gemelle-siamesi, Profugo e Migrante, con la necessaria premessa che esse, a differenza del fratello maggiore Rifugiato, appartengono senz’altro alla neo lingua “migratoria” spesso imbevuta di politically correct.

Il Profugo/Sfollato
Partiamo dalla premessa che nei dizionari di neo lingua migratoria la parola Profugo non si trova, ma vi si trova la parola Sfollato la cui definizione finisce, quindi, per sovrapporsi ed identificarsi con il significato che comunemente viene attribuito a Profugo.
In particolare, secondo il Glossary on Migration edito dall’Iom (International Organization of Migration) Sfollato è “la persona che fugge dal proprio Stato o comunità a causa della paura o di pericoli per motivi diversi da quelli che lo rendono un Rifugiato”.
Secondo questa definizione, e sempre che Profugo e Sfollano siano sinonimi, ne deriva che il Profugo/Sfollato sia altro dal Rifugiato. A rimarcare, tra l’altro, tale differenza si pone anche il carattere temporaneo della condizione di Profugo/Sfollato che si desume dall’anzidetta definizione dove l’allontanamento dal proprio Paese sembrerebbe legato all’eccezionalità di una situazione destinata ad esaurirsi nel tempo. Ed, infatti, se il fumus persecutionis del Rifugiato, una volta accertato, gli attribuisce lo status di rifugiato a vita, l’allontanamento del Profugo/Sfollato - che si sostanzia su motivi diversi pur se ugualmente gravi e pericolosi - lascia presumere il carattere temporaneo della suddetta condizione. Ben potrebbe, ad esempio, essere il caso di una guerra che renderebbe il rientro in patria senz’altro pericoloso e sconveniente durante il corso della stessa, ma non anche dopo.

Conclusivamente, dunque, se così fosse le parole Profugo/Sfollato e Rifugiato rappresenterebbero persone in situazioni simili ma non identiche e, pertanto, sarebbe un errore dedicare il 20 giugno indistintamente al Profugo e al Rifugiato.
La confusione semantica, tuttavia, è destinata ad aumentare laddove si prenda in considerazione la definizione di Profugo/Sfollato fornita dal dizionario linguistico della Commissione europea che, a differenza di quella data dall’Iom, lo definisce come “il cittadino di un paese terzo o apolide che ha dovuto abbandonare il suo Paese o regione d’origine o che è stato evacuato ed il cui ritorno in condizioni sicure e stabili risulta impossibile a causa della situazione nel Paese stesso”.
Sulla base di questa definizione, è del tutto evidente che la distinzione ipotizzata poc’anzi fondata sul carattere temporaneo della condizione di Profugo/Sfollato, in questo caso, non regge.
Ed infatti, ciò che rileva a prima vista dalla definizione della Commissione europea è al limite proprio il carattere permanente della condizione del Profugo/Sfollato. In questa accezione manca in toto un qualsivoglia riferimento all’eccezionalità della situazione: non v’è nulla che ne possa determinare la temporaneità.
Secondo questa definizione – che in effetti sembra prospettare una condizione molto simile a quella del Rifugiato così come data dalle norme di diritto internazionale - dovremmo concludere che Profugo/Sfollato sia sinonimo di Rifugiato.
Dunque, se così fosse, le parole Profugo/Sfollato e Rifugiato rappresenterebbero persone in situazioni identiche ed allora il 20 giugno ben potrebbero celebrarsi i Profughi ed i Rifugiati indistintamente.

Il Migrante
Arriviamo, infine, ad analizzare la parola Migrante: senz’altro la più recente ad avere fatto la sua comparsa nei dizionari di neo lingua ed assolutamente anche la più vaga.
Nel Glossary on Migration dell’Iom, in particolare, si afferma che “a livello internazionale non esiste una definizione di migrante universalmente accettata. Il termine è ritenuto coprire tutti i casi nei quali la decisione di migrare è presa liberamente da individui senza che intervengano fattori esterni di coercizione”.
Il Dizionario della Commissione europea, invece, definisce “Migrante: termine più ampio di immigrante ed emigrante, che si riferisce ad una persona che lascia il proprio Paese o regione per stabilirsi in un altro”.
Infine, ad alimentare la totale vaghezza del termine, si aggiunge anche la definizione data dalle Nazioni Unite secondo cui Migrante è “un individuo che ha risieduto in una Paese straniero per più di un anno, indipendentemente dalle cause e dai mezzi adoperati per migrare”.

Conclusivamente confido che questa breve disamina sulle parole Rifugiato/Profugo/ Migrante possa farci riflettere sul fenomeno dello “svuotamento” delle parole di cui dicevamo in principio.
Tre parole che avremmo potuto/dovuto riempire di significati e di colori diversi e che, invece, abbiamo confuso, sovrapposto ed, infine, svuotato con il risultato che anche i pensieri che vi stavano dietro si sono atrofizzati…
 
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