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Permesso di soggiorno elettronico. L'alta tecnologia al (dis)servizio dell'utenza
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Articolo di Emmanuela Bertucci
20 luglio 2007 0:00
 
Il permesso di soggiorno elettronico e' l'ultimo ritrovato della tecnologia moderna, dotato di microchip e banda a memoria ottica, nonche' di innumerevoli sistemi anticontraffazione rigorosamente top secret (codici cifrati, chiavi asimmetriche di sicurezza, chiavi biometriche per la trasformazione in sequenza numerica dell'immagine dell'impronta digitale). E' in grado di fornire notizie dettagliate sul titolare della carta: dati anagrafici, fotografia e impronte in formato digitale.
Operazione pensata e pianificata nel 2004, prima di essere adottato su scala nazionale e' stato sperimentato, per garantirne il buon funzionamento, in alcune province pilota: Ancona, Brindisi, Frosinone, Prato, Verbano-Cusio-Ossola, per essere poi adottato da tutte le Questure a partire dall'11 dicembre 2006.
Ma, come purtroppo spesso accade nel Belpaese, qualcosa e' andato storto. Gia', perche' i nuovi permessi hi-tech contengono tutti i dati possibili ed immaginabili tranne l'unico veramente indispensabile per lo straniero: non riportano le motivazioni del soggiorno.
O almeno, queste informazioni non sono visibili, non sono stampate sulla carta, ma protette da quei mille sistemi di sicurezza accessibili solo alle forze dell'ordine. Da nessuna parte c'e' scritto se quel permesso sia stato rilasciato per motivi di studio, di lavoro subordinato, di lavoro stagionale, ecc. ecc.
Quando lo straniero si presentera' al suo potenziale datore di lavoro per essere assunto, non potra' in alcun modo provare di essere autorizzato al lavoro. E giustamente il datore di lavoro non si potra' fidare "sulla parola" di quanto afferma lo straniero, anche perche' quella fiducia, se mal riposta, potrebbe costargli caro: l'arresto da tre mesi ad un anno. E' questa infatti la sanzione per chi assume stranieri extracomunitari non muniti di permesso per lavoro.
E allora lo straniero non sara' assunto, a meno di trovare un datore di lavoro cosi' disponibile da recarsi in Questura a chiedere conferma della "bonta'" del permesso.
E pensare che il documento elettronico era stato pubblicizzato come lo strumento in grado di abolire le lunghe code fuori dagli uffici e dalle questure, capace di rendere piu' veloci tutte le pratiche. L'unica cosa che cambiera' -ammesso che qualcosa cambi- saranno i soggetti in coda, non piu' i lavoratori ma i datori di lavoro!
E pensare che questo gioiello elettronico costa solo 27,50 euro, cui devono sommarsi 14,62 euro dio marche da bollo e 30,00 euro per la spedizione dell'istanza di rilascio. 72,12 euro per avere un documento che complichera' le assunzioni. Ottimo lavoro!
Per fortuna ancora non e' molto diffuso, complici i ritardi (ah, il Belpaese!) di Poste e Questure, ne sono stati rilasciati pochi e dunque e' ancora possibile mettere qualche toppa per correre ai ripari. Il problema esplodera' quando fra qualche mese (?) tutti i permessi di soggiorno cartacei saranno sostituiti da quelli elettronici: blocco delle assunzioni da parte dei datori di lavoro, e di nuovo tutti in Questura a chiedere spiegazioni.
E' importante che il ministero dell'Interno si faccia subito carico del problema. Per questo nei prossimi giorni sara' presentata dall'on. Donatella Poretti (Rosa nel Pugno) una interpellanza parlamentare.
La nostra proposta e' decisamente "pratica": consegnare, a tutti gli stranieri che ricevono il nuovo permesso elettronico una certificazione (cartacea) dei motivi per cui lo stesso e' stato rilasciato.
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