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La morte di Pateh Sabally a Venezia e il razzismo italicus
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Articolo di Redazione
12 febbraio 2017 14:54
 
 Il “migrante”, il “rifugiato”, o “l’africano” aveva un nome, Pateh, ed un cognome, Sabally. Cioe’ una famiglia. Lui era del Gambia ed e’ morto in Italia, il 21 gennaio, nelle acque gelide del Canal Grande di Venezia.
Non e’ morto solo. E’ morto sotto gli occhi di decine di turisti, di stranieri e di italiani a cui e’ stato offerto questo ultimo spettacolo carico di emozioni, prima della fine del loro viaggio organizzato.
La morte di Pateh e’ sua. Essa le appartiene definitivamente, in considerazione delle motivazioni simboliche e politiche che sono dietro la sua volonta’ di suicidarsi. Ma lui e’ ugualmente un nostro morto, e ci fa porre domande su cio’ che diventiamo. La perdita tragica di questo giovane uomo annuncia in filigrana la deriva xenofoba e razzista del popolo italicus. Il paternalismo compiacente, ne’ la buona coscienza possono ormai salvare Pateh dal trionfo del cinismo e dell’individualismo consumeristico.
Indifferenza impressionante
Nell’indifferenza impressionante di alcuni spettatori e tra gli insulti e le grida ammiccanti di altri, queste acque hanno rimosso la vita giovane e preziosa di Pateh. Ma con questa reazione, hanno fatto riemergere un mostro della nostra societa’ che continuiamo a non voler vedere, ne’ combattere: il razzismo.
Il mito repubblicano degli italiani “brava gente” sembra molto piu’ potente agli occhi dell’opinione pubblica italiana rispetto all’amara constatazione di questo omicidio per non-aiuto o indifferenza, senza neanche evocare l’ignominia delle grida e delle frasi razziste che sono state pronunciate mentre Pateh Sabally era in acqua. Posta la domanda “Se fosse stato italiano, sarebbe stato salvato?”, la risposta e’ senza dubbio una sola: certo.
La verita’ e’ che in Italia la vita di un negro -con in piu’ il fatto di essere un migrante- non ha molto valore, se non un valore di mercato. Non vale niente per l’italiano medio, troppo occupato dallo stare dietro ai siti turistici della laguna piuttosto che interessarsi alla storia coloniale del proprio Paese, alla schiavizzazione italiana degli africani, al razzismo ideologico su cui riposano le proprie certezze e, infine, la vita di un negro che sta per morire sotto i propri occhi.
Il negro non ha un valore per alcuni media italiani, pubblici e privati, se non in alcune occasioni particolari per diverse questioni. E’ stato deciso, sembra quasi all’unanimita’, di non informare su questi crimini a sfondo razziale, preferendo dissimulare la vicenda e occuparsi di altre vittime “piu’ importanti”. Un fatto del genere avrebbe potuto essere occasione per denunciare il razzismo italiano. Ma non e’ cosi’. Il dibattito si tiene al di fuori della Penisola. Ed anche i numerosi articoli stranieri non sono stati sufficienti a mobilitare l’opinione pubblica su di un dramma straziante come quello del giovane gambiano.
Un’umanita’ alla deriva
La paura di trasformarlo in martire nero del razzismo made in Italy e’ forse piu’ importante della liberta’ di stampa e di informazione nel Belpaese. Essere un uomo italiano, bianco, cattolico, eterosessuale, sono in effetti le condizioni sine qua non per essere consacrati come un eroe dall’opinione pubblica e dai media italiani.
La storia di Pateh mi fa amaramente pensare alla storia di un altro migrante, Saint Benoit le Maure, nato a Messina da schiavi africani del XVI secolo. Alla sua morte, il culto del santo nero siciliano aveva gia’ attraversato gli oceani, per divenire un’icona planetaria, il protettore dei discendenti africani.
Alla chimera del “migrante”, del “rifugiato”, dell’”africano”, termini che noi ci ostiniamo oggi ad utilizzare per disumanizzare gli uomini e le donne che conducono una vita ben oltre i nostri fantasmi, i siciliani dell’epoca opposero l’humanitas di Benoit, vedendo in lui un eroe, un superuomo, e non esitarono a designarlo come santo patrono di Palermo.
Un giorno, forse, gli italiani della Seconda Repubblica ritroveranno questa humanitas naufragata a Venezia. Ma per farlo dobbiamo ammettere che il razzismo fa parte della storia nazionale italiano. Esiste e uccide.

(articolo di Nicola Lo Calzo, fotografo, pubblicato sul quotidiano le Monde del 12/02/2017)
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